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DONNE DISARMANTI

di

 Monica Lanfranco 

e

Maria Di Rienzo

 

Intervista a Monica Lanfranco di Ierina Dabalà

Di cosa parla questo libro?

Il sottotitolo mi sembra esplicativo. Donne disarmanti, storie e testimonianze su non violenza e femminismi. E’ il primo libro in Italia, che è stato scritto anzi che in un qualche modo si è scritto, perché abbiamo sentito il bisogno di saldare, di intrecciare e di raccontare l’intreccio tra i pensieri dei movimenti delle donne in questi decenni con la pratica della non violenza. Riteniamo che dopo Genova e dall’inizio dei grandi movimenti contro la globalizzazione, ma soprattutto per il cambiamento, questa narrazione che è storica, teorica e pratica, valesse la pena di metterla su carta.

 

Perché le donne stanno per la pace, contrapponendosi quasi specularmene agli uomini che invece sin da piccoli amano giocare alla guerra?

Io sono dell’idea che sia profondamente inutile, più che sbagliato, generalizzare e dire che perché donne, allora siamo pacifiche. E’ una trappola dalla quale il femminismo è partito per smascherare questo pregiudizio e questa  forma di oppressione, per cui a donna corrispondeva passività, terra, luogo passivo in cui seminare, e qualche volta anche fare violenza. Le donne non sono più buone degli uomini, per natura, come ci insegna per esempio la storia di alcune minoranze. Nemmeno  essere gay o lesbiche è una fonte di vaccino contro la violenza. L’epilogo di Haider in Olanda, che è stato ucciso, è stato uno dei più agguerriti xenofobi, ed era gay. Allora non basta un corpo atto alla riproduzione simbolica o concreta, serve, questo si, un percorso di consapevolezza nel quale le donne assieme,  e poi assieme agli uomini, saldino la consapevolezza, la coscienza, che il percorso di congiunzione, di unione tra l’essere una donna ed essere dentro i movimenti femministi fa si che la pratica non violenta sia l’unica pratica possibile, nella politica, come nel quotidiano.

Pensi che le donne possano fare qualcosa per fermare la guerra? E come?

Tante cose, le donne e non solo le donne. Partire dal quotidiano per dire del sé che è stato uno dei semi lanciati dal femminismo anche alla politica generale, significa cambiare stile di vita, cambiare l’uso delle parole, lavorare sul linguaggio, lavorare sulle modalità di relazione, e quindi cambiare radicalmente non solo la propria vita, ma anche la vita di relazione assieme agli altri e alle altre. Per esempio, una delle cose che da subito si può fare, è lavorare nella scuola con i bambini e le bambine, perché questo tipo di linguaggio che corrisponde alla violenza e alla guerra cada in disuso, Trovare altre parole per raccontare, trovare altri modi per raccontare la vita. Raccontare le materie, la storia, persino la matematica, la letteratura, partendo dal quotidiano che significa quindi partendo dal quotidiano delle donne, delle bambine, dei bambini e degli altri animali,  significa formare nuove generazioni con diversi sguardi.

Nella politica, io penso, la cosa fondamentale sia costruire alternative a quelle di fronteggiamento. Credo che  da Genova in poi i movimenti abbiano fatto grandi passi avanti, anche smascherando, e parlo dall’interno dei movimenti, il rischio di militarismo che esisteva anche  all’interno dei nostri stessi movimenti, mettendo in ridicolo le forme di mimesi della violenza, le forme di mitologia del macio, dell’eroe con le armi, che corrisponde in qualche modo al mettersi un’altra divisa per contrapporsi alla divisa di chi si vuole in qualche modo obiettare.

Io penso che le donne possano fare molto con vari strumenti. La non violenza come ci insegnano in parte le Donne in Nero, come ci insegnano le formatrici alla non violenza in tutto il mondo, sono l’unica speranza di vera novità che può contrapporsi alla febbre di questo pianeta.

Pensi che le femministe siano “pacifiche” o che l’aggressività sia nascosta?

Io sono orgogliosa di dirmi femminista e di dire che nel secolo breve, l’unico movimento che ha fatto una rivoluzione con strumenti non violenti, è stato proprio  il movimento delle donne. Morti e feriti simbolici si, tanti, perché l’aver portato il conflitto all’interno della coppia, all’interno del luogo degli affetti e dell’amore, ha significato in qualche misura rompere quella neutralità e quella coltre perbenista ma anche molto romantica, che voleva l’amore come il luogo dove non c’era violenza. Sono dati del Viminale; nel 2003 è stata la famiglia il luogo dove più delitti si sono compiuti, non più la strada. Quindi non è lo sconosciuto, il nemico, ma è chi ti conosce.

Le femministe hanno fatto, se vogliamo usare questo termine un po’ pittoresco e molto generico, una rivoluzione non violenta senza nemmeno porsi il problema della strumentazione. Oggi invece ce lo poniamo, perché le donne sono andate dentro ai movimenti e anche all’interno degli stessi movimenti hanno posto il tema del conflitto tra i generi e c’è un bellissimo libro che mi sento di consigliare e che abbiamo molto disseminanti all’interno di “Donne disarmanti”, che è “Il Demone amante”, di Robin Morgan. Il sottotitolo è “Sessualità del terrorismo”. E’ un libro importante perché ci dice che le donne non sono immuni dal praticare violenza, e che la violenza che più spesso le donne praticano è quella del consenso alla violenza maschile, e che allora ci servono, sono necessarie, voci femministe per la pace, contro la guerra, che dicano che la guerra ma il militarismo, anche delle menti, è lo strumento attraverso cui si porta questo pianeta all’autodistruzione e che la cosa fondamentale che le donne possano fare è dire continuamente è che le parole della differenza sono le parole che possono opporre il conflitto, questo si che trasforma, e non la guerra, che distrugge qualunque tipo di differenza.

Cosa pensi delle donne terroriste (kamikaze e donne brigatiste)? Non amano la pace, oppure fanno la guerra per avere la pace?

Io penso che non si possa fare la pace facendo la guerra, perché se si  dice, se vuoi la pace… para bellum è un adagio militarista che viene usato da un po’ tutti i pensieri del dominio. Penso che, come dice una grande femminista, e che abbiamo anche riportato nel nostro libro “Donne disarmanti” Audreé Lord, non si può smantellare la casa del padrone con gli strumenti del padrone e che quindi, qualunque tipo di mimesi con la violenza, anche di fronte alle violenze estreme, è perdente, perché non fa altro che riprodurre, magari per cause giuste, la violenza che genera ingiustizia, e quindi penso che il dramma della seconda intifada, in particolare, sia il dramma di una radicalizzazione di uno scontro che ha, di fatto, escluso le donne, e che le ha relegate in un ruolo che sembra attivo ma che in realtà è attivo nella morte. Allora io penso che grande fiducia e grande lavoro da noi, debba essere fatto a sostenere quelle donne e quegli uomini che nei luoghi particolarmente difficili e delle guerre parlano di smantellare la logica “amico-nemico”. Sono tante nel nord America, sono tante in Palestina, sono tante in Israele.

Io credo che noi dobbiamo dare forza e voce a loro, perché sono loro che lì possono fermare questa esclalation che apparentemente da la parità alle donne, si, ma la parità della distruzione di sé e di altre vite, e questo è sempre per tutte e per tutti una distruzione e una grande perdita

 

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