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I "DELINQUENTI"
CHE VENGONO DAL MARE
AISHA
“Sono
scappata dall'Eritrea perché non volevo essere reclutata
nell'esercito e mandata nella guerra senza fine contro
l'Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell'esercito e non
sono mai più tornati a casa. - a raccontare questa storia è
una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l'ha raccontata a
Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per
immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto “Not
Criminals” -. In Libia sono stata messa in un centro di
detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse
volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e
dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo
possibilità di fuga – spiega Aisha –. Quando mi sono
imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata
rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la
speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi
delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato
difficile stare in quel posto con tante altre persone”.
IKE
“Ero
un insegnante di matematica – racconta Ike, somalo, nel
rapporto “Not Criminals” –. Tre dei miei colleghi sono
stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio
lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non
era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi
ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato
qui”.
TITTY
Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In
Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre
indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza
sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty
è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il
deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per
l’ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che
Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata
da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno
dall’esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In
questi dodici mesi ha imparato l’italiano, ha frequentato un
corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un
ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il
diritto all’asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione
sussidiaria».
SAMA
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza
della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza
era quasi al termine – racconta Sama anche lei in fuga dalla
guerra e in cerca di un futuro per sua figlia –. Il giorno
della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le
ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia
figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna
mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le
braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie
nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo
talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I
giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si
tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia,
temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi
abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche
mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura
e la fame”.
SAHRA
Non
ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32
anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della
guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da
gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi,
mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non
ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo
anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra
attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la
nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le
macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre».
Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la
Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo
difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di
gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan.
Per un tratto, l’aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi
per giorni nel deserto con una bottiglia d’acqua e alcune
fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo
stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra,
disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri
stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere,
toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque
all’improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far
sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al
‘cordolino’ per non fare uscire più il sangue, proprio
come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non
piangeva né si muoveva. Dopo un po’, forse ero svenuta, la
toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del
nostro Dio». L’ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la
piccola Iman trovano l’aiuto anche di un medico italiano. È’
lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per
l’Italia. «Eravamo oltre cento persone – ricorda –.
Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c’era
acqua, pensavo che non ce l’avremmo fatta ma per fortuna ci
avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una
volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola
viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà
economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i
servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz’ora, una
volta al mese. E’ proprio questa la sua nuova battaglia.
Donne in
Nero Varese
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