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ITALIA, TERRA CHIUSA

Facciamo nostro e proponiamo alla vostra meditazione un brano di Erri De Luca che fotografa, con ispirata profondità, la tragica condizione dei migranti.

“I poteri hanno visto nelle isole dei luoghi di reclusione, hanno piantato prigioni su ogni scoglio. Il mare nostro brulica di sbarre. Gli uccelli, invece, vedono nell' isola un punto di appoggio dove fermare e riposare il volo prima di proseguire oltre; tra l' immagine di un' isola come recinto chiuso -quella dei poteri- e l' immagine degli uccelli -di un' isola come spalla su cui poggiare il volo- hanno ragione gli uccelli.

Nel canale di Otranto e Sicilia i contadini di Africa e d' Oriente affogano nel cavo delle onde. Il pacco dei semi si sparge nei campi sommersi del mare. Un viaggio su dieci sprofonda: la terraferma Italia è terra chiusa: li lasciamo annegare per negare.

Il novecento è stato il secolo in cui milioni di esseri umani si sono spostati da un continente all' altro, e così hanno spostato il peso del mondo... milioni di esseri umani... Nel 1900 siamo stati noi, gli italiani, gli azionisti di maggioranza. Trenta milioni di noi si sono spostati. Dal porto del molo Beverello si staccavano le navi che portavano dall' altra parte dell' oceano. Era nero il molo di madri con quei loro fazzoletti bianchi che sembravano tante farfalline immobili, inchiodate verso la poppa che se ne andava lentamente, a motori bassi, verso la diga foranea. E' stato il nostro 1900: ha spopolato terre e paesi, molto più di due guerre mondiali.

Lettera a casa, dall' altra parte dell' oceano, 1925: Mia cara madre, sta per venire Natale... Mia cara matre, sta pe' trasì Natale e a stà luntane a vuie me sape amaro. Come vurria allumà due o tre bengala, comme vurria sentì nu zampugnaro. Ai figli miei facitigli o presepe e a tavola mettete o poste mio. Faciti quanne è a sera da vigilia comme se mmieze a vuie stesse pur' io. Ce ne costa lacrime st' America a noi  napoletani. Nui ca ce chiagnimme o cielo 'e Napoli, comme è amaro sto pane. Mia cara matre, che sò i denari. Per chi se chiagne a patria nun sò niente. Mo tengo qualche dollaro e me pare che nun so stato mai tanto pezzente. Ma non torno. Me ne resto fora. Resto a faticà per tutti quanti. Io ch' aggio perso patria, casa, onore, io so carne 'e maciello, so emigrante...

Quelli che adesso partono sopra dei zatteroni, dei barconi a motore verso un nord sommario, purché non sia un porto. E si portano dietro tutto quello che hanno potuto salvare da un' espulsione, lasciandosi dietro un bucato in fiamme oppure una miseria infame. Ma quegli occhi sbarcheranno da noi e saranno rinchiusi dentro centri di permanenza temporanea. Chiamiamo così dei posti che sono campi di concentramento, con sbarre, filo spinato, guardiani: permanenza, un bel nome alberghiero, per non dire a noi stessi che facciamo i carcerieri di viaggiatori, colpevoli di viaggio...

Che dà allo straniero pane e vestito: questo dice di sé la divinità nella scrittura sacra, Che dà allo straniero pane e vestito. E alla creatura umana dice: amerai lo straniero, perché stranieri foste in terra d' Egitto. Circa cento volte la Bibbia scrive la tutela dello straniero, circa cento volte. Insiste la divinità col verbo amare, con il più forte sentimento e la più potente energia del corpo umano. Amare, che fa del bene prima di tutto a chi ama, prima ancora di far del bene all' altro, allo straniero. Amare: non tollerare, non respingere alla rinfusa donne incinte. E nessuno dica: ma perché partono incinte queste benedette donne e ragazze!...perché non partono incinte. Vengono violate regolarmente a ogni frontiera africana.

Nasce tra i clandestini, il suo primo grido è coperto dal rumore del giro delle eliche. Gli staccano il cordone e senza fare il nodo lo affidano alle onde. I marinai li chiamano Gesù, questi cuccioli nati sotto Erode e Pilato messi insieme. Niente di queste vite è una parabola, nessun martello di falegname batterà le ore dell' infanzia e i chiodi nella carne. Nasce tra i clandestini l' ultimo Gesù, passa da un' acqua di placenta a quella del mare senza terra ferma, perché vivere ha già vissuto e dire ha detto, e non può togliere una spina dai rovi che incoronano le tempie: sta con quelli che esistono il tempo di nascere, va con quelli che durano un' ora.

(...) Lastrichiamo di corpi il vostro mare per  camminarci sopra: non potete contarci: se contati aumentiamo, figli dell' orizzonte che ci rovescia a sacco. Nessuna polizia può farci prepotenza più di quanto siamo già stati offesi. Faremo i servi, i figli che non fate, le nostre vite saranno i vostri libri di avventura. Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino, l' odore che perdeste, l' eguaglianza che avete sottomesso. Da qualunque distanza arriveremo a milioni di passi, noi siamo i piedi e vi reggiamo il peso. Spaliamo neve, pettiniamo prati, battiamo tappeti, raccogliamo il pomodoro e l' insulto. Noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo, noi siamo il rosso e il nero della terra, un oltremare di sandali sfondati, il polline e la polvere nel vento di stasera.

Uno di noi, a nome di tutti, ha detto: Non vi sbarazzerete di me. Va bene, muoio, ma in tre giorni resuscito e ritorno”.

Noi Donne in Nero ci poniamo alcune domande:

l        coloro i quali parlano di diritti umani li rispettano, poi, nella pratica?

l        l' Umanità è tragicamente perduta?

Donne in Nero

11.09.09

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