IL DESERTO DEI BAMBINI
L'allarme
viene dall'Unicef.
40.000 bambini
dell' Ossezia e dell' Abkazia, regioni confinanti tra Russia e
Georgia teatro di recenti sanguinosi scontri armati, si
aggirano sperduti e randagi tra campi profughi, tende, scuole
in rovina, si accampano dove trovano posto, il più delle
volte senza madri né padri finiti chissà dove, e la stagione
fredda è alle porte.
La
disattenzione è generale e rivela un sentimento
d'indifferenza ineguagliabile.
Sullo schermo
s'affollano per lo più gli agitati avvenimenti del nostro
“giardino”, lo spettacolo va avanti come detta la regola
fondamentale del cinismo mediatico.
La strage di
bambini in Afghanistan di qualche tempo fa riuscì a
conquistare solo l'attenzione di poche righe su qualche
quotidiano, col consueto corredo di espressioni richiamanti
l'umana pietà. Poi lo spettacolo riprende.
Dal 9 gennaio
di quest'anno si sono succedute 27 stragi di minori vittime
delle “forze di pace” disseminate nel mondo. Sono gli
“effetti collaterali involontari”. Quando si combatte,
dicono, è possibile sbagliare. Si tratta dunque di missioni
di guerra, altro che pace! Le parole andrebbero utilizzate con
maggior cautela. La parola “missione”, la parola
“pace” andrebbero maneggiate con cura e col rispetto
dovuto.
I piccoli
dell' Ossezia e dell' Abkazia scappano. Verso dove? Scappano a
piedi verso la Turchia o il Pakistan dove li attende spietata
la democrazie delle “braccia nere”: 12 ore al giorno a
cucire palloni, magliette e camicie destinate ai loro più
fortunati coetanei del mondo mediatico-spettacolare. In
cambio? Un piatto di riso.
E' difficile
seguirli tutti per conoscere il destino che li aspetta,
piccole anime sbandate sole e vaganti. Un piccolo
“continente” di minori è alla deriva, viaggia in cerca di
normalità, lontano dalle guerre e dalla fame, insediati da
insetti, col corpo smagrito. Talvolta qualcuno li stipa in
corriere asfissianti come polli da macello. Giorni e giorni di
deserto e poi il mare. Non sempre arrivano.
Ma che
significa “arrivare” per questi bambini?
Vorrebbero
assomigliare ai coetanei che incrociano per strada che,
“educati” dallo spettacolo televisivo, li guardano male
diffidando di loro, “educati” a odiarli a ributtarli in
mare, come predicano spesso poco “onorevoli” onorevoli
nostrani. Il bambino arriva da lontano. Chi sarà mai questo
piccolo altro da noi? Non parla la nostra lingua, cominciamo a
metterlo da parte, differenziamolo!
Così facendo smarriamo noi stessi
e il bambino smarrito è quel granello d'umanità che può
farci ritornare uomini.
Latif,
11 anni, cucitore di palloni
Tra
le mani
hai
il filo che ti taglia.
Non
dici niente.
Venticinque
rupie di dolore ti consoleranno.
Tra
le mani
spezzi
il filo della notte.
Qualcosa
di gentile
ti
illumina il cuore.
Il sogno ti porta via
Donne in Nero
Varese, 24.10.08
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