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Sanità palestinese e centro Peres

         Il centro Peres, fondato da Shimon Peres nel 1996, è apparentemente un'istituzione  benemerita, che ha fra i suoi scopi quello di far sì che bambini palestinesi affetti da gravi patologie siano curati in ospedali israeliani. A questo scopo, ha ottenuto negli ultimi anni cospicui finanziamenti da regioni italiane, che confluiscono in strutture sanitarie di Israele.

            Ma è inutile illudersi che questo genere di attività porti alla pace – che non si può ottenere che eliminando la causa di guerra: l'occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Ma por termine all'occupazione non è mai stato fra gli scopi di Shimon Peres, che, negli anni in cui era ministro o capo del governo, ne curò il consolidamento: aumentando le colonie (per soli ebrei) nei Territori Occupati, curandone il rifornimento di acqua proveniente anche dai Territori Occupati, in quantità enormemente superiori a quella “concessa” ai palestinesi (a cui l'acqua della terra in cui abitano spetterebbe di diritto), facendole collegare da strade vietate ai palestinesi. Negli ultimi anni, Shimon Peres è stato ministro del governo Sharon – corresponsabile, pertanto, degli eccidi più sanguinosi perpetrati in questa intifada.

            E' inutile dire quali effetti le politiche israeliane (la confisca di terra agricola, il divieto di lavoro in Israele e nelle colonie, il posizionamento di centinaia di posti  di blocco e la costruzione del Muro, che impediscono ogni possibilità lavorativa) abbiano avuto sulla salute dei bambini palestinesi. Nel 2005 erano anemici il 40,5% dei lattanti ed il 44% dei bambini sotto i 5 anni, mentre raggiungevano un'altezza inferiore a quella prevista il 9,4% dei bambini sotto i cinque anni: tutti parametri, questi, indici di malnutrizione.

            Oggi, finanziare il centro Peres contribuisce solo a disinformare i cittadini italiani, che credono in questo modo di aver contribuito alla pace. Se si vuole che israeliani e palestinesi si incontrino, ad esempio, occorre togliere il divieto agli israeliani di recarsi nelle zone in cui abitano i palestinesi, e ai palestinesi di recarsi in Israele – divieti entrambi imposti dai governi israeliani. Se si vuole che la nutrizione dei bambini a Gaza migliori, occorre permettere ai loro padri di pescare, di vendere i loro prodotti agricoli, di recarsi in Cisgiordania o in Israele per lavoro – ciò che dai governi israeliani è fortemente ostacolato, quando non impedito del tutto. Se si vuole che i malati ricevano cure, occorre smettere di fermare le ambulanze ai posti di blocco.

            Occorre certamente aiutare i palestinesi e la loro sanità, ma questo in modo diretto. Se si punta a “Due popoli, due stati”, è prioritario investire nella costruzione di strutture sanitarie palestinesi autosufficienti, anziché promuovere un'ulteriore dipendenza dal potere occupante.

            Occorre certamente aiutare palestinesi e israeliani a vivere in pace, ma, nell'asimmetria fra chi occupa e chi è occupato, occorre aiutare le associazioni che promuovono l'eguaglianza fra israeliani e palestinesi

Donne in Nero

Varese, 9 febbraio 2007