Iraq, 650mila
civili uccisi in tre anni
Più di 650mila morti in tre anni.
L’equivalente della città di Genova, due volte gli abitanti
del Molise, l’intera popolazione della Basilicata.
Sono le vittime civili della guerra in Iraq conteggiate da una
squadra di ricercatori americani dell’Università di
Baltimora e da un gruppo di medici iracheni dell’ateneo
Mustansiriya di Baghdad. Lo studio è stato pubblicato dalla
prestigiosa rivista britannica The Lancet (che già nel 2004
compilò un primo, drammatico bilancio di un anno di guerra) e
ieri mattina è rimbalzato nelle prime pagine on-line dei
principali giornali del pianeta.
Tra le vittime, 600mila hanno
perso la vita nel corso di azioni militari alleate (30%), di
attentati kamikaze(15%) e scontri con armi da fuoco (55%), gli
altri per gli “effetti collaterali” della guerra, come le
epidemie, l’indigenza o la mancata assistenza ospedaliera.
Soltanto il 15% di esse è rimasto ucciso nella prima fase del
conflitto, ossia durante i bombardamenti anglo-americani e
l’invasione terrestre dei marines, quando le televisioni di
tutto il mondo avevano gli occhi puntati sull’Iraq e gli
esperti pontificavano sulla fine del regime di Saddam Hussein,
evocando gli orizzonti di gloria che attendevano la
popolazione civile. Evocazioni puntualmente smentite dalle
cronache. L’85% dei civili è infatti morto dopo la prima
fase, quando la guerra convenzionale era ufficialmente
terminata e il paese entrava nella seconda, terribile, fase
del conflitto, inghiottito da quella melma di violenza
quotidiana, fratture comunitarie e vendette settarie che fa
dell’odierno Iraq il luogo più pericoloso della Terra. Oggi
le cattive notizie provenienti dal Golfo sono dei fugaci e
anonimi dispacci, che nella maggior parte dei casi servono a
tappare i buchi nelle pagine dei quotidiani e nelle edizioni
dei Tg, ma la realtà è da tempo sotto gli occhi di tutti e
descrive un’inarrestabile discesa all’inferno.
Secondo gli autori dello studio,
nell’ultimo anno c’è però stato un significativo
“cambio di marcia”, con un’incremento della mortalità
nettemente superiore rispetto alle stagioni precedenti:
centinaia le vittime quotidiane (quasi mille le persone che
ogni giorno abbandonano la propria casa) e la cifra sembra
destinata ad aumentare. Confermando che, all’opacità del
processo politico iracheno, corrisponde un progressivo
peggioramento delle condizioni di vita e di sicurezza della
popolazione, come denunciano inascoltate le associazioni
umanitarie ancora presenti nel Paese. Per citare il
sottosegretario generale Onu agli Affari umanitari Jan Egeland,
autore dell’ultimo rapporto del Palazzo di Vetro sull’Iraq
«la situazione è completamente fuori controllo». Oltre alle
persone uccise, Egeland denuncia l’esistenza di «315mila
sfollati negli ultimi otto mesi», indicando in «giornalisti,
reclute, giudici, avvocati e popolazione femminile», i
principali obbiettivi delle violenze.
Per non essere complici di tanto orrore chiediamo che l’impegno preso
dal governo Prodi di lasciare il territorio irakeno sia
immediatamente attuato.
Donne in Nero
Varese, 13 ottobre 2006
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