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APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI CLEMENTINA
CANTONI
Clementina
Cantoni, una giovane cooperante italiana che collabora con
Care International è stata rapita la sera del 16 maggio nel
centro di Kabul.
Clementina era a Kabul da tre anni,
attiva in un progetto a favore delle vedove, migliaia in
Afghanistan, un paese attraversato da 25 anni di guerra e in
cui per questi lunghi anni l’occupazione è stata garantita
quasi esclusivamente dall’economia di guerra, dove il tasso
di analfabetismo raggiunge l’87%, dove le donne, usate a
pretesto dalla “coalizione contro il terrorismo” di Bush,
sono ancora pesantemente discriminate e non godono di alcuna
sicurezza né garanzia.
Le donne delle
associazioni afghane in questi anni non hanno mai smesso di
denunciare, inascoltate, quali fossero le reali condizioni del
paese, ben diverse da quelle propagandate dai governi e dai
media occidentali, in particolare dai paesi che hanno
sostenuto la guerra in Afghanistan.
Il rapimento di
Clementina dimostra che l’Afghanistan non è pacificato e
che non ci sono i presupposti perché alcun processo di
democratizzazione si realizzi. Infatti:
- il presidente
Karzai controlla a malapena il centro di Kabul e molti
ministri del suo governo sono signori della guerra
fondamentalisti che mantengono il potere anche grazie alle
loro milizie private;
- Karzai ha
recentemente chiesto ai taleban (compreso il mullah Omar) di
riappacificarsi e prendere parte alle prossime elezioni
politiche;
- la maggior
parte delle province sono controllate sempre da signori della
guerra che, a tutti i livelli, impongono le loro regole;
-
l’Afghanistan è il primo produttore al mondo di papavero da
oppio e questa attività copre l’80% del PIL del paese e
serve solo a finanziare i signori della guerra che tengono
sotto controllo il territorio con la forza delle armi e delle
minacce;
- i signori
della guerra, alleati degli USA nella guerra contro i taleban,
sono tuttora finanziati e armati dai governi che fanno parte
della “coalizione contro il terrorismo”;
- la
ricostruzione non è di fatto ancora partita
– perché
chi ha cacciato i taleban, di fatto, ha interesse soltanto di
affermare il proprio controllo politico e militare in
quest’area di forte interesse che viene chiamata “grande
Medioriente” – la popolazione e i rifugiati
continuano a vivere in povere case di fango, prive di acqua e
di luce, mentre a Kabul, con i proventi del commercio
dell’oppio, sorgono come funghi lussuosi alberghi e centri
commerciali;
- la corruzione
è un fenomeno dilagante, soprattutto all’interno delle
istituzioni afghane;
- il processo
di disarmo delle milizie dei signori della guerra da parte del
contingente internazionale non è quasi neppure partito, anzi, i diversi signori della guerra sono di volta in volta alleati o
avversari della coalizione delle forze occupanti;
- la sharia
(legge coranica) è ancora vigente e i diritti delle donne non
sono considerati; questo è il più grave fallimento della
presunta democratizzazione del paese. Ne sono un esempio la
condanna a morte per lapidazione di Amina, una donna del
Badakhshan “rea” di adulterio, lo stupro e omicidio di 3
cooperanti afghane nella provincia di Baghlan e l’assassinio
di una donna nella città di Pulikhumri.
In vista delle
prossime elezioni le donne delle ONG afghane hanno firmato e
sottoposto a Karzai un appello affinché mantenga le promesse
fatte riguardo alle garanzie minime di sicurezza per le donne
afghane; le donne vedono nel burqa ancora una protezione, le
bambine hanno paura ad andare a scuola, soprattutto fuori
Kabul la situazione è enormemente instabile, nell’ultimo
anno centinaia di donne, in particolare nelle province di
Herat e di Farah si sono suicidate autoimmolandosi per
disperazione.
Chiediamo
che ogni sforzo possibile venga messo in atto per la
liberazione di Clementina, ma soprattutto che le condizioni
minime di sicurezza vengano garantite a tutti i civili afghani,
donne uomini e bambini, in questo momento gravemente
minacciati dalle condizioni di insicurezza e miseria in cui
versa il paese attraverso
un processo democratico che sia davvero espressione della
partecipazione delle donne e degli uomini afghane/i.
Donne in Nero
Varese,
19 maggio 2005
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