Retata
al corteo delle donne
In
Turchia è vietato celebrare l’8 marzo. Ma a Istanbul
centinaia di donne sfidano i divieti e presidiano il
municipio. La polizia carica e arresta una sessantina di
manifestanti
Finisce
con una dura repressione l’otto marzo delle donne
turche. Non una novità, purtroppo, ma il 6 marzo la
polizia in tenuta antissommossa ha arrestato ad Istanbul,
in piazza Beyazit una sessantina di donne che celebravano
l’8 marzo per chiedere il rispetto dei loro diritti. Le
donne si erano riunite con i loro striscioni e le loro
bandiere davanti all’ufficio del sindaco quando gli
agenti hanno dato l’ordine di disperdersi. La
manifestazione, secondo la polizia, non era autorizzata e
quindi era illegale: le oltre trecento donne che avevano
nel frattempo improvvisato un sit in davanti all’ufficio
del sindaco, hanno rifiutato di muoversi. Immediata la
carica. Manganellate, botte e lancio di lacrimogeni. I
robocop turchi non hanno risparmiato nessuno. Più di
sessanta donne sono state arrestate, caricate a forza sui
pullman della polizia.
Le donne in Turchia non sono certo esenti dalla violenza
dello stato e domestica. E’ recente un rapporto di
Amnesty International in cui si denuncia che la metà
delle donne sono vittime di violenza tra le mura
domestiche. Questa violenza fisica include pestaggi,
stupri e in alcuni casi anche l’omicidio o il suicidio,
per così dire, «indotto». Secondo Amnesty le donne in
Turchia sono due volte vittime: non sono sicure nelle loro
case, all’interno delle loro famiglie ma non possono
nemmeno confidare nella giustizia, nello stato. La ricerca
parla chiaro: in alcune zone del paese, il 45.7% delle
donne intervistate da Amnesty non ha avuto voce in
capitolo sul loro matrimonio. Il 50.8% poi è stata
costretta a sposarsi contro la sua volontà. Chi rifiuta
di sposarsi con l’uomo scelto dalla sua famiglia è in
pericolo anche di vita.
Diffuse anche le torture e le violenze contro le donne in
custodia della polizia. Ne sa qualcosa l’avvocata Eren
Keskin che dopo aver denunciato i casi di donne,
specialmente kurde, torturate e violentate da poliziotti,
si è trovata lei stessa sotto processo, accusata di
separatismo.