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PACE AL FEMMINILE
PLURALE, A VARESE |

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di Elisabetta
CARAVATI
| "La guerra e' anche il piede, di
un soldato iracheno morto steso a terra, che in una
fotografia ci viene mostrato, vestito di una calza bucata;
e, accanto a lui, un soldato anglo-americano nella sua
impeccabile e costosissima uniforme! La guerra noi non
l'abbiamo voluta! Noi, con le nostre manifestazioni, le
nostre bandiere affacciate alle nostre finestre; noi che
abbiamo tentato di fermare treni e navi; noi non abbiamo
impedito ai B 52 di bombardare, distruggere e uccidere! Noi,
con le nostre manifestazioni, le nostre bandiere affacciate
alle nostre finestre; noi che abbiamo tentato di fermare
treni e navi; noi abbiamo impedito che crescesse ancor di
piu' l'odio verso l'Occidente da parte del mondo arabo; noi
abbiamo impedito che aumentasse ancor di piu' la separazione
fra due mondi diversi." Con queste parole Luisa
Morgantini (coordinatrice nazionale delle Donne in Nero ed
europarlamentare), ci restituisce gioia e speranza e fiducia
e complicita' che riescono a placare, per un momento almeno,
l'angoscia, la sofferenza ed il dolore che accompagnano le
nostre giornate di guerra. A Varese sabato 5 aprile, la',
dove la domenica sera sono solita andare a vedere film che,
lontani dai grandi produttori statunitensi, sanno ancora
parlare al cuore; ben piu' delle cento solite persone che la
sala dovrebbe ospitare sono pronte per partire per una
riflessione al femminile dal titolo: Donne e Guerra. E' con
immensa gioia che Gabriella, portavoce delle Donne in Nero
di Varese, ci saluta e orgogliosa ribadisce che le donne
devono imparare ad osare sempre di piu'... in questo caso,
avrebbero dovuto osare organizzare, la giornata di
riflessione, in un locale che avrebbe potuto ospitare piu'
persone! Ma va bene anche cosi', le ragazze si siedono per
terra, come gia' sono abituate a fare nelle manifestazioni,
e lasciano il posto a quelle piu' grandi di loro. E allora
Gabriella ricorda brevemente che sono state le donne
israeliane nel 1987 le prime a vestirsi di nero ed a
manifestare in silenzio, perche' il dolore non ha voce,
contro il loro stesso governo che occupava (ed occupa) i
territori palestinesi; poi si sono aggiunte a loro le donne
palestinesi; poi altre donne in altri luoghi del mondo hanno
seguito il loro esempio con un messaggio ben chiaro: fuori
la guerra dalla storia. Ma "fuori la guerra dalla
storia" ci spiega piu' tardi Lidia Menapace, con una
saggezza ed una dolcezza che incantano, non e' solo uno
slogan, ma e' un processo culturale molto piu' complesso;
per il movimento femminile che ha messo insieme queste
parole, esse sono come una targa stradale, un'indicazione di
cammino. La guerra non e' un evento naturale; percio', come
e' entrata nella storia, dalla storia deve uscire! Ci sono
stati, nell'Europa neolitica, mille anni di pace. Pace non
vuol dire assenza di conflitti. Pace vuol dire imparare a
riconoscere, nominare e gestire i conflitti; non con la
guerra, ma con molteplici altre soluzioni. Le donne ogni
giorno imparano a gestire i loro piccoli e grandi conflitti
quotidiani; le donne ogni giorno imparano a far fronte agli
imprevisti. La guerra recita sempre lo stesso copione; la
pace si costruisce e si mantiene cercando ogni volta nuove
soluzioni. L'Europa - continua a spiegarci Lidia - ha
scritto la sua storia con le aggressioni ed il colonialismo;
ma, all'interno dell'Europa, sono nati anche quei due
movimenti, quello operaio sindacale e quello delle donne,
capaci di organizzarsi, manifestare, scioperare, sabotare,
boicottare per rivendicare i propri diritti. Oggi l'Europa
dovrebbe dichiarasi neutrale, uscire dalla NATO, e diventare
non l'antagonista degli USA, bensi' l'alternativa agli USA,
per costruire appunto quell'altro mondo possibile. Quasi
tutte donne ad ascoltare altre donne parlare, narrare,
spiegare... una suora, una psichiatra, una volontaria di
Emergency, un'insegnante e le sue alunne. Tutte donne. Tutte
con la consapevolezza che siamo appunto noi donne, che
facciamo continuare il mondo. Le donne palestinesi, le donne
irachene le donne del Sudan e tutte quelle dei tanti paesi
in guerra, hanno il coraggio di passare oltre la guerra, di
guardare al futuro e offrire al futuro nuovi bambini. Le
donne, che quasi mai, sono sedute la', dove le guerre
vengono decise; le donne che mai scelgono la guerra, ma
sempre la subiscono, sanno di dover essere tessitrici di
pace, nel senso che sanno perfettamente che tocchera' a loro
ristabilire tutti i rapporti e le relazioni che ogni guerra
interrompe in modo brutale. Nella cultura degli uomini la
guerra e' vista come un modo per poter andare contro la
morte; un eroe verra' ricordato oltre la sua morte. Per noi
donne la morte e' sconfitta dalla vita; la vita cresce in
noi, e continua dopo di noi, attraverso i figli. Mentre la
mente umana progetta e costruisce armi in grado di
distruggere l'umanita' stessa; mentre il governo degli USA
programma e lancia le sue guerre stellari; mentre nessuna
donna che lascia a casa il proprio figlio e parte a
combattere in nome del petrolio, potra' mai essere
considerata un eroina al femminile; gli occhi e il cuore
della maggior parte delle donne, fra uccidere e morire
scelgono di vivere. Perche' gli occhi e il cuore continuano
ad avere ragioni che la ragione non conosce. Solo il punto
di vista femminile potra' tutelare un mondo nuovo.
Quell'altro mondo indispensabile. Dunque ne' con Bush, ne'
con Saddam, lontane dalle loro macabre danze, lontane dalle
loro culture di morte; per riaffermare l'illegalita' di ogni
guerra affinche' la guerra sia fuori dalla storia e percio'
fuori dalla vita di ogni singolo essere umano. |
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