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Sposata ad un palestinese - Vivere nella terra dell’intifada 

autore Alessandra Antonelli (ed. Paoline)

Una vita negata, vista con gli occhi diversi di una occidentale con i tempi di un’occidentale, con le attenzioni di un’occidentale, ma con un amore verso un popolo che si vuole oscurare. Un diario di piccoli avvenimenti vissuti in una terra senza tempo, senza regole durature, con tanti ostacoli vissuti come quotidianità. Un diario di una famiglia “Ibrida” per riconciliarsi con un popolo oscurato anche dai Media occidentali.

Tutto questo racconta nelle pagine del suo libro “Sposata a un palestinese- Vivere nella terra dell’Intifada”, Alessandra Antonelli, un’italiana, romana, giornalista dell’agenzia palestinese JMCC (Jerusalem Media and Communication Center) e collaboratrice anche di alcune pubblicazioni italiane, sposata ad un palestinese, con due figli gemelli che oggi hanno quattro anni e mezzo.

Il libro è una sorta di diario della vita di tutti i giorni  dal 1999 ai giorni d’oggi con gli occhi di chi vede ciò che gli altri, di entrambe le fazioni, non riescono a vedere presi dalla necessità di superare i check-point per andare a scuola, per andare a lavorare, per andare in ospedale e convivere con i carri armati, con le armi sempre sotto agli occhi, con la paura di non esserci domani. I protagonisti sono i bambini dei campi profughi, le madri che faticano a far quadrare il bilancio famigliare con il marito che non può lavorare a causa dei posti di blocco, il difficile compito di chi assicura i servizi essenziali (medici, in primo luogo) a un popolo senza diritti, spesso mal descritto dai Media occidentali che indugiano ad inquadrare, fin anche nelle case a bare aperte, il dolore degli israeliani che piangono i loro cari, ma che non descrivono l’altrettanto dolore delle donne e bambini palestinesi nelle stesse condizioni, indugiando invece sui colpi sparati in aria durante i funerali (colpi sparati in onore del morto, secondo usanza e non per mostrare cattiveria o mostruosa affinità con la morte). Si racconta di cosa significa vivere in un territorio frammentato dagli insediamenti (intoccabili) dei coloni israeliani… e del muro alto 8 metri che viene eretto, non lungo la Linea Verde del logico confine fra le due realtà, per impedire e non per difendere. Imparare a convivere con i posti di blocco della polizia e i bombardamenti, pensando accidentalmente ai tempi di percorrenza ed ai mezzi da utilizzare, là dove invece il tempo non è vissuto ed i mezzi che si devono evitare da palestinese sono i carri armati ed i check-point dove si rimane bloccati tempi interminabili o dove si può anche perdere la vita per un mancato ricovero, più per cinico ostacolo che per logico controllo (19 neonati e 26 donne in attesa palestinesi, morti ai posti di blocco per mancato intervento medico). . Insegnare ai propri figli a fare della presenza armata una costante che accompagni le ore senza fare troppa paura, abitato a Ramallah dal 1998 fino a qualche mese fa, prima di essere costretti a trasferirsi ad Amman, la capitale della Siria , “Un arrivederci, non un addio, perché lì ci sono i parenti di mio marito- racconta Alessandra - e ci auguriamo di tornare non appena il clima si sarà rasserenato. Ma i nostri figli iniziavano a comprendere quello che veramente stava succedendo. I loro giochi erano ormai fatti di ambulanze e check-point, di polizia e carri armati. Non serviva più che noi ovattassimo loro la realtà".
Troppe le umiliazioni, anche se come giornalista, come occidentale, durante le frequenti perquisizioni in casa, “godeva” del privilegio di non avere mobili distrutti o porta sfondata, come accade ai “normali” palestinesi, ma comunque troppe erano le umiliazioni subite continuamente, soprattutto con gli occhi da occidentale abituata alla libertà di movimento di pensiero "anche solo per andare a trovare i miei suoceri – prosegue la Antonelli –. Attraversare 40 chilometri, passare da una città all'altra, una situazione normale in un paese civilizzato, a noi costava un certificato medico falso e l'affitto di un'ambulanza. Peggio era ed è, per chi deve raggiungere il posto di lavoro, la scuola. Si devono aggirare i posti di blocco, fare chilometri a piedi. Chi non la vive non può capire una situazione che va al di là della fantasia".
Pagina dopo pagina diventa chiaro il clima in cui maturano disperazione e violenza.
Il tutto senza rinunciare a un messaggio di speranza: la pace, se ci sarà, sarà dovuta all'impegno di queste stesse persone comuni, più che per gli accordi dei politici. Insomma, il libro vuole essere una riconciliazione con questo popolo, con questo paese, con questa realtà, a molti sconosciuta e velata, ma fatta di uomini, di bambini, di donne, di esseri umani, che vogliono solo vivere in pace in una loro terra.

recensione di Luciano Anelli

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