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Convegno di Gerusalemme 2005

LINKING LOCAL WITH INTERNATIONAL ISSUES: FUTURE PLANS AND STRATEGIES

Elisabetta Donini

 

Le considerazioni che esporrò si basano su alcune riflessioni discusse nel gruppo di Torino, ma cercano di tenere conto anche del dibattito che si è svolto nella rete italiana, in particolare in occasione dell’incontro del maggio 2005, in cui abbiamo ragionato dei nostri progetti ma anche dei nostri disagi rispetto alle pratiche attuali e del bisogno di andare oltre e di avere una visione di portata più ampia.

Pur se si tratta di aspetti strettamente intrecciati, per ragionare dei rapporti tra questioni locali e internazionali ritengo utile distinguere due livelli di legami tra i singoli contesti e la situazione globale:

- da un lato quelli che si esprimono nella soggettività politica con cui ci poniamo e siamo percepite;

- dall’altro quelli che sono insiti nelle dimensioni dei problemi con cui ci misuriamo.

Dal primo punto di vista, è una trasversalità che segna la nostra stessa identità collettiva, poiché in quanto Din siamo costitutivamente radicate nel riferimento alle WIB di Gerusalemme sin dal 1988, quando in decine venimmo per un “campo di pace” con donne israeliane e palestinesi, all’interno dell’iniziativa cui avevamo dato nome “Visitare luoghi difficili”. Essere qui dopo 17 anni comporta anzi emozioni profonde cui allora non avremmo neppure pensato, nel male perché l'occupazione dei Territori palestinesi continua, e nel bene perché ora siamo centinaia di donne da tutti i paesi del mondo.

Fu a partire dai contatti con le WIB israeliane che la nostra identità come Din si costituì e potè essere riconosciuta nella specificità delle precise caratteristiche che quel riferimento fondativo aveva impresso: antimilitarismo, antinazionalismo, assunzione di responsabilità dall'interno della propria società, nuclei che si sono poi rafforzati e articolati nel corso del tempo, soprattutto nella relazione con le WIB di Belgrado e con lo spessore delle loro pratiche ed elaborazioni politiche attraverso le guerre balcaniche.

Perciò buona parte della nostra azione è di informazione, sensibilizzazione, costruzione di ponti proprio con quelle due realtà. Va però sottolineato che nel legarci a tali situazioni non potevamo certo farcene soltanto “portavoci” da lontano o richiamarle come un modello: stabilire una relazione con il loro impegno per una prospettiva nonviolenta come percorso di attraversamento dei conflitti e di contrasto alle scelte armate ci ha infatti coinvolte a nostra volta in un impegno diretto a cooperare con loro e cercare di contribuire all’efficacia dei loro sforzi.

Un esempio cui accenno per il gruppo di Torino è quello del progetto EPIC (European Palestinian Israeli Cities) come nostro impegno attuale, anche per spostare le modalità e le sensibilità politiche diffuse, in una triangolazione Torino Gaza Haifa in cui cerchiamo di valorizzare la nostra prospettiva di movimento nel rapporto con le istituzioni in un percorso concentrato sulle relazioni tra donne.

D’altra parte, il richiamo alla matrice WIB significa però soprattutto assunzione di responsabilità nella situazione in cui viviamo, rispetto alla crescente tensione verso la legittimazione e l'uso della violenza nei rapporti interni e internazionali. Perciò avvertiamo un bisogno sempre più forte, condiviso dagli altri gruppi italiani, di agire sulle dinamiche di aggressività, guerra, interiorizzazione della inevitabilità delle armi che premono ormai su tutte noi con intensità devastante.

In particolare, negli ultimi mesi ci siamo più volte dette che dobbiamo riuscire a misurarci con i risvolti sia sul piano interno sia su quello internazionale delle politiche economiche e militari, dalla scelta del governo e della maggioranza parlamentare italiana di partecipare alla guerra in Iraq mascherandola come intervento per la ricostruzione, alle spese per i sistemi d'arma, al patto per un trattato “difensivo” comune con Israele e USA

Il contesto in cui ciò avviene è quello di un raccordo fortissimo nei paesi dell'occidente tra “sicurezza” e azione armata - preventiva e/o di ritorsione - contro il “terrorismo internazionale”. Dalla dottrina della sicurezza che sarebbe messa a rischio in ogni situazione in cui siano colpiti i “nostri interessi” (Bush 2001-2002), oggi i governi sono più francamente passati alla estensione globale del diritto di guerra preventiva in nome del “nostro stile di vita” non negoziabile. Stile di vita che si regge però sulle risorse depredate e sulle popolazioni impoverite, sfruttate e schiacciate nella perdita di prospettive. Di qui la guerra ai migranti, massima componente in Italia dell'ossessione per misure speciali di sicurezza e di qui la caduta degli stessi “nostri valori” di democrazia e di rispetto dei diritti umani.

Viene imposta la ferocia del Patriot Act o dei tribunali speciali oggi proposti da Blair o in Italia le leggi di emergenza contro gli stranieri che a priori sono sospettati di terrorismo in base al paese di provenienza; leggi accompagnate da nuove norme che riconoscono invece il diritto alla difesa violenta non solo della propria persona ma anche delle cose di proprietà.

C'è dunque una componente di etnicizzazione dei conflitti locali e globali che ripropone in forme anche di esplicito razzismo la volontà di dominio degli Usa come potenza imperiale e delle sub-potenze alleate, con prospettive più che fosche rispetto alle nuove guerre incombenti (Iran? Siria?) e al ricorso ad armi nucleari rese quasi convenzionali: politiche USA e del club atomico anziché disarmo di chi ha già le bombe [e infamia della mancata presenza di una delegazione ufficiale del governo USA al 60 anniversario di Hiroshima e Nagasaki].

Ciascuna nella sua situazione ha quindi a che fare localmente con le manifestazioni di una tensione globale alla violenza armata, come scelta strutturale e sistematica. Ma di nuovo in termini di nostra soggettività politica, quali sono gli elementi sui quali possiamo saldare tra di noi una azione di rete globale “in quanto donne” come femministe pacifiste? Oggi forse non appare un nostro respiro globale realmente incisivo, ma crediamo che nei nostri limiti ci siano anche delle potenzialità.

Una caratteristica di questa fase della tenaglia guerra-terrorismo su cui ci è parso opportuno approfondire il ragionamento è il ricorso ai fondamentalismi religiosi con ripercussioni anche in tutte le vicende interne: caso del referendum sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (o tecniche di riproduzione artificiale), in cui i “diritti del concepito” vengono imposti contro le donne ridotte a contenitori forzati, con un attacco al diritto all'autodeterminazione e alle scelte di interruzione volontaria di gravidanza.

Nel nostro caso è un fondamentalismo che si basa sulla chiesa cattolica e sulle sue gerarchie ma si tratta di un fenomeno più ampio [come dimostra anche la pretesa di introdurre il principio delle “radici cristiane dell'Europa” come nucleo fondante della costituzione europea, proprio quando invece l'Europa per noi dovrebbe essere il nuovo contesto in cui lavorare per politiche di pace e di affermazione della dignità di tutte e tutti: non Europa fortezza ma Europa delle differenze].

 

Ancora più inquietante è il passaggio che si profila dallo “scontro di civiltà” a una “cooperazione di civiltà” costruita però come negoziazione con e tra capi religiosi, come gli “imam moderati” cui si sta facendo appello in Italia. Assumere che questa è la dimensione attraverso cui possono stabilirsi legami di convivenza significa in realtà sancire il dominio politico-sociale degli integralismi, con sicuri esiti negativi sui diritti delle donne che subito vengono calpestati, come è evidente nell'Iraq sotto tutela USA.

Perciò ci pare che una questione su cui interrogarci a fondo sia quella del persistente assolutismo delle ideologie religiose che si appoggiano su autorità - quasi universalmente di soli uomini - cui spetterebbe sancire che cosa è giusto, guerre o uccisioni o comunque politiche di violenza incluse. E' questo un sistema plurimillenario che soprattutto nelle religioni fondate su un dio trascendente ha comportato lo svilimento del femminile rispetto al maschile e l'affermazione di valori assoluti e univoci rispetto al riconoscimento della diversità che è invece uno dei cardini delle relazioni nella differenza su cui lavora da decenni il neo-femminismo.

Il carattere assolutizzante delle prese di posizioni che oggi alimentano il ricorso alle armi dovrebbe quindi essere messo in discussione con una prospettiva di femminismo pacifista che anche se nell'azione locale cerca di essere realista, pragmaticamente attento al possibile immediato, non perde però di vista un orizzonte alternativo che dia senso al qui ed ora con una visione di ampio respiro.

Un aspetto che ci è parso bene richiamare per modellare una soggettività politica che sia efficace nelle relazioni a partire da contesti diversi, è quello del radicarci sì ciascuna nella propria situazione ed esperienza, senza però chiuderci in appartenenze separate. Una figura che non è espressione di elitarismo intellettualistico ma che anzi risuona nella storia sin dalle rivolte del 1700 in Europa e nelle terre di conquista oltre Oceano è quella delle e dei ''cittadine/i del mondo”. Come appare da documenti e testimonianze del periodo, le donne e gli uomini che allora si ribellarono alla schiavitù e all'oppressione e si saldarono in unità di bianche/i e nere/i, rivendicavano la loro dignità di esseri umani con parole di forte ed esplicito cosmopolitismo, non per affermare una nazione contro un'altra o una razza contro un'altra.

[Di ritorno dalla Conferenza mondiale delle Donne di Pechino (1995) fu in quello spirito che in Italia costruimmo tra tante e diverse un Forum cui demmo proprio il titolo ''Migranti e native cittadine del mondo”].

Cittadine del mondo è quasi un ossimoro perché civis rimanda allo spazio definito dal legame sociale di chi fa politica insieme (polis), ma è proprio ponendosi in interazione oltre ogni confine che la rete delle relazioni può dare senso concreto al femminismo pacifista di Virginia Woolf: ''come donna non ho patria'' (''as a woman I have no country, as a woman I want no country, as a woman my country is the whole world'').

Gerusalemme, 14 agosto 2005

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