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Letteralmente
femminista
Perché è ancora necessario il movimento delle donne
di Monica Lanfranco
(edizioni Punto Rosso)
A
tutte le donne che ho incontrato, e a quelle che non conoscerò mai:
madri, figlie, sorelle, nonne, zie, cugine, nuore, suocere, amiche,
amanti.
Se solo le donne si concedessero più credito, se solo si rafforzassero
reciprocamente, per la libertà di scelta di tutte. Se solo il mondo si
accorgesse di loro
Un inizio, e una dedica
A te che stai leggendo queste pagine, donna o uomo che tu sia, un
saluto.
Quello che hai tra le mani è il frutto della mescolanza di saggi,
articoli, brani di interviste, di ritratti accumulati nel corso degli
ultimi anni di vita, lavoro, incontri, scontri, perdite e guadagni.
Ma, forse, meglio sarebbe dire che si tratta di una lunga lettera, in
forma di racconto e riflessione, scritta da una attivista femminista di
mezza età, che ha cercato di fare fin da adolescente il mestiere di
giornalista e di formatrice non prescindendo mai dalla sua appartenenza
al genere femminile.
Essere
una femmina, se all’inizio della comparsa nel ventre di mia madre è
stato un caso, ha assunto nella mia vita un significato e una centralità
imprescindibile.
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Per questo, una volta entrata nel mondo adulto, non ho mai condiviso
l’affermazione secondo la quale «siamo tutti persone», spesso usata
per conciliare fintamente, e non affrontare mai, l’inevitabile
conflitto tra i due generi. Secondo questa visione il definirci così,
persone, basterebbe per situarci nel mondo in modo automatico e
indolore, senza discriminazioni.
E’ la realtà a smentire chi lo sostiene: spesso usare il generico
‘persona’ è un modo per sfuggire all’ingombrante verità che
l’avere un corpo maschile o uno femminile non è indifferente, in ogni
società e visione culturale. Essere persone non basta per essere degne
di memoria, diritti, cittadinanza, libertà.
Al contrario è basilare e vincolante il genere che ti capita alla
nascita, per stabilire il proprio posto nella scala gerarchica
collettiva, perché questa scala è costruita ancora, da tutte le
culture della storia umana in modo molto, molto lontano dal considerare,
ascoltare e dare valore equamente alle voci distinte dei due generi.
Si tratta della metà del
genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di
prendere parola su tutto. Il femminismo è questo».
E’
un maschio, è una femmina: alla nascita l’una o l’altra eventualità
sono decisive; in molti luoghi del mondo alla constatazione del sesso
femminile scatta un destino intriso di limitazione, divieti e obblighi
che non valgono per l’altro sesso, e che chiudono sin dall’inizio la
possibilità di scelta e di padronanza sull’intera propria esistenza,
quando non si sfocia nella soppressione immediata, o prima ancora della
nascita nell’aborto selettivo in attesa dell’erede maschio, quello
perfetto, quello prescelto.
Queste pagine sono, dunque, una lunga lettera, la cui trama si snoda
attraverso un filo lieve ma saldo legato a parole importanti del
quotidiano e del politico, interrogate per comunicare una urgenza,
altrettanto politica e personale, che si esprime con una domanda: dove
è finita l’eredità del movimento femminista, la più grande
rivoluzione nonviolenta del ‘900?
Dove ha sbagliato la mia generazione di femministe nel trasmettere i
saperi e i valori per i quali abbiamo lottato, e con i quali abbiamo
anche ottenuto dei cambiamenti che hanno modificato, seppur in parte, la
vita delle donne e degli uomini in questo paese, e nel mondo?
E’ una domanda che non può avere una risposta sola, nè una sola
donna a pensarla.
Ma
quello che può succedere è che, con la lettura di queste pagine, si
possa aprire un varco, e un percorso, per cominciare a capire come
rimediare alla sempre più pericolosa archiviazione da parte della
politica e della storia recente della visione femminista che, nel
guardare il mondo, ha cercato e cerca di cambiarlo, a favore sia delle
donne che degli uomini che ci vivono.
Ti propongo questo viaggio attraverso alcune parole che hanno mutato il
loro corso consueto e scontato, nel significato simbolico come nella
realtà, proprio grazie all’irruzione della soggettività femminile
nella storia; un transito che offro a chi legge alla stregua di un
viatico, di uno strumento per intavolare una relazione con chi è più
giovane, o anche per riprendere tra sé e sé il bandolo di un discorso,
forse interrotto.
Lo dedico a tutte le donne e uomini che, come scrisse Ursula Le Guin,
sono disposte e disposti a correre il rischio di finire nel ridicolo,
pur di contribuire a cambiare il mondo.
Per non dimenticare che, come sostiene Robin Morgan nel suo Il demone
amante: «Non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza
su questioni valide ma pur sempre minori.
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