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UN PANNO BIANCO

   

Il bosco intorno al complesso residenziale si scuote al vento, la pioggia scende a torrenti dal cielo plumbeo, le fronde degli alberi emettono un rumore simile ad un ululato di sofferenza, non si riesce ad allontanare lo sguardo oltre la prima fila di alberi; la grande quercia appare come un mastodontico gigante arrabbiato che si contorce e strepita.

  Enrico è davanti alla finestra e osserva, con i suoi grandi occhi azzurri cerca un possibile cenno all’attenuarsi della tempesta che imperversa ormai da diverse ore; con una mano si accarezza la barba bianca e tiene l’altra ben salda nella tasca dei pantaloni, afferra un piccolo gioco di plastica, un ometto con la spada laser pronto al combattimento; è per suo nipote, sarebbe dovuto venire oggi ma questo tempo inclemente non glielo permetterà!

Il pomeriggio è lungo da far passare quando ormai non si deve far altro che aspettare che il ciclo quotidiano si completi; la scansione metodica e rallentata fa parte di un gioco ormai collaudato; piccoli impegni in un tempo aperto e profondo, grandi ansie per situazioni insignificanti, Enrico osserva, la stanza ampia arredata con mobili spartani e indispensabili.

  Sono tutte uguali le camere del complesso come un enorme alveare posto al centro di un tonificante parco per raccogliere gli ultimi momenti di vissuto per uomini che hanno ormai dato il loro contributo all’umanità. Ci sono sale in comune per guardare la televisione, per i film, per mangiare, per il the ed anche una biblioteca, dove la socialità, tra i membri di questo gruppo, viene stimolata da psicologi ed educatori; dove in realtà non si fa altro che dormire oppure  rispondere apaticamente alle domande che vengono rivolte. Enrico scende raramente per partecipare a questi incontri, preferisce una buona lettura e  gli sporadici incontri con il nipote, passa il suo tempo seduto in poltrona a ricordare gli anni che hanno preceduto un ricovero forzato dagli eventi.

  Si lascia cadere pesantemente sulla poltrona, pone le braccia in grembo e lascia che il tempo scandisca i minuti con la solita metodica dei sessanta secondi. Aspettare e pensare, ricordare, soffrire, gioire soltanto di circostanze avvenute gli lascia una sorta d’amaro in fondo al cuore e lo rende invidioso della dinamicità della vita che esiste all’esterno del complesso residenziale “ Anni Scintillanti “, dove la persona più attiva suole disputare partite a scacchi e sbadiglia alle nove di sera, dove il discorso più elevato tratta le domande dell’enigmistica, tutto ciò avrebbe steso nell’apatia neuronale anche il più perspicace delle menti.

  Enrico, ormai, aveva accettato che la sua prossima uscita sarebbe avvenuta in pompa magna, con il corteo che si snodava per i viali del parco ma non sopportava, quest’indolenza diffusa, si era imposto ritmi di studio nella biblioteca e aveva programmato le sue attività con alacrità, per quello che gli era consentito dal suo fisico.

  Questa pioggia incessante lo metteva in un’attesa e in un far niente che non voleva avere, il pomeriggio era dedicato alla visita del nipote e della nuora che portavano sempre una ventata di fresca esuberanza vitale.

  Si accarezza la barba, porta la mano alla fronte e si gratta la tempia, sempre nel solito punto, proprio come i bambini che evidenziano la loro concentrazione del pensiero nel succhiare o nell’accarezzare, così anche lui entra nel disegno dell’immaginazione. Le foto sul cassettone sono un lungo elenco di circostanze avvenute, lo aiutano a mantenere vivo il ricordo tangibile di persone che altrimenti perderebbero spessore e attinenza con la realtà.  Sono poste una accanto all’altra, in cornici  dalle più disparate, e fanno parte di quel vissuto che rassicura ed emoziona, sono tutte importanti in eguale misura, tutte indistintamente rappresentano l’aspetto migliore della sua personalità, sono il lungo elenco che compone un’esistenza intera. Enrico le guarda tutte e sorride, con gli occhi turchini le accarezza e per ognuna c’è un pensiero che si fa avanti, che coglie aspetti sopiti, ed il passaggio dall’una all’altra non rispetta un ordine prestabilito  ma segue la linea degli eventi, delle riflessioni e degli affetti.  Tutte insieme le aveva volute al momento dell’ingresso alla residenza e ne aveva aggiunte alcune, all’ultimo momento per mantenere la memoria vigile ed evitare l’oblio.

  S’inforca gli occhiali che porta sempre al collo ed osserva il passato, il primo pensiero è per la moglie, compagna di una vita umile e senza pretese, dolce nei suoi atteggiamenti ma determinata nelle proprie idee;

  La moglie, i figli, tutti insieme in una cornice altisonante determinano il suo migliore orgoglio, ma c’è una fotografia che si nasconde, quasi fa capolino da dietro una vacanza in montagna, Enrico si sporge e guarda meglio, al momento non ricorda poi quando riesce ad avvicinarsi vede lui con una bandiera in mano tutta colorata in mezzo ad una folla di personaggi un po’ strani, la prende con le mani e fa uno sforzo di rimembranza e poi come folgorato ricorda tutto, contento di aver voluto anche quel ricordo nel momento della scivolata finale.

  Il cielo azzurro come in una giornata di sole, tante e tante persone che sono venute da ognidove, milioni di sorrisi e tanta voglia di esserci, di raccontare, di verificare la forza di una massa che deve ripresentarsi in maniera autentica e decisiva, inviare messaggi che dovrebbero cambiare il corso della storia. Si parlava di una nuova guerra e la paura che potesse essere l’ultima guerra che questa terra avesse l’opportunità di vedere era sulle labbra e nelle menti della massa dell’umanità; già altri orrori erano stati perpetrati, già altre ignominie erano state fatte e tutto questo produceva solo altre infamie.

  Era un tempo in cui, si pensava più spesso a se stessi e alla propria disponibilità economica che al benessere comune di miliardi di persone, che rendevano l’esperienza umana positiva in milioni di anni d’evoluzione. Vedere tutta quella gente che arrivava era come sentire il proprio cuore che si scaldava, non solo lì in quella determinata piazza, a noi familiare, ma in molte altre città di tutto il globo sembrava sentire l’energia dell’uomo rendersi tangibile, penetrare nella testa e nell’animo di tutti e produrre finalmente la consapevolezza della forza nell’unione, tanti con le bandiere oppure con stracci bianchi o altre scritte od anche solo con la presenza rendevano compatto il desiderio di una pace globale e perennemente duratura.

“ Io c’ero e mi ricordo che fino all’ultimo avevo avuto delle perplessità sulla partecipazione, solo quando arrivai nel piazzale, mi accorsi di quanta positività ci fosse stata nel gesto e nella scelta di esserci”

“ Eravamo milioni di persone, tutte che chiedevano la stessa identica cosa: PACE, la chiedevano con determinazione e con la consapevolezza che sarebbe stata l’unica strada perseguibile per un domani possibile; parevamo tanti angeli simili a quello che mia madre metteva, tutti gli anni a Natale sopra la capanna del bambinello, il quale srotolava tra le sue mani un panno bianco su cui c’era scritto “PACE in terra !” … Tutti lì, amici e conoscenti con idee simili, con realtà parallele, eravamo scesi nelle piazze a fatica con una sorta di scetticismo apparente ma sotto covava la vera speranza in un futuro sostenibile.                        Con molto sforzo avevamo dovuto superare l’indurimento dell’esperienza e  dell’età, almeno per noi che non eravamo più così tanto giovani da buttarci a capofitto in una lotta così impari; avevamo convinto individui che ancora nutriva delle difficoltà, avevano condiviso come in una sorta di festa globale.

  Siamo andati dapprima alla spicciolata e poi, per motivi diversi, siamo diventati numerosi, siamo scesi in piazza con i figli, grandi e piccoli, abbiamo coinvolto tutti quelli che potevamo coinvolgere con la forza della ragione e ci siamo sentiti più forti, più risoluti nel voler tentare di dominare il corso della storia. … Sono sceso tante volte, sempre con la convinzione di sentirmi partecipe di un grande gioco che aveva bisogno anche della mia parte. … Ed era stato merito anche di Luisa se ero riuscito ad impegnarmi, merito di mia madre che mi aveva insegnato a esprimere sempre la mia opinione e merito anche di mia nonna, che aveva passato parte della mia infanzia a raccontarmi episodi feroci di una guerra mondiale ormai passata, lasciandomi così la sua profonda convinzione che alla fine, non era mai possibile riuscire a distinguere né vinti, né vincitori poiché terminata una guerra la povera gente moriva di fame in ambedue le situazioni. “

  Enrico rimira la foto tra le sue mani, sente il cuore battergli nel petto e prova un senso appagante di tranquillità.

“ Sono contento di avervi partecipato, forse non era indispensabile, forse tutto sarebbe comunque andato come è andato ma il fatto che c’ero, oggi, mi fa pensare di essere importante, compagno di un’opinione. … Mi sento soddisfatto di avere fatto quelle scelte e di essere stato capace di portarle fino in fondo.”

  Il campanello del telefono lo richiama alla realtà, Giovanni l’addetto all’accoglienza degli ospiti lo avvisa che nell’atrio sua nuora ed il nipote lo aspettano.

“ Arrivo subito …! “ e con allegria si precipita all’uscio, controlla di avere il nuovo gioco da dare al nipote e scende ad accoglierli.

  Marco gli corre incontro attraversando tutto l’atrio, fuori la pioggia si è leggermente calmata e forse ben presto comparirà uno spiraglio di sole, il rumore dei passi del nipote risuona gioiosamente attraverso le sale della residenza.

“ Nonno … Nonno !!! “ e lo abbraccia “ … oggi cosa mi racconti?”

“ Ti racconto di quella volta che sono sceso in piazza insieme a tanti altri per dire NO ALLA GUERRA, lo sai, io c’ero !!! “

“ Ma nonno … i potenti ti hanno dato retta? “

“ Certo hanno dato retta a me e a tanti altri, perché sai Marco eravamo proprio in tanti, ma tanti, tanti … … “

 

Nicoletta RECH

 

 

 

 

 

 

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